L'Africa ha i suoi misteri, e anche un uomo saggio non può comprenderli.
Un uomo saggio li rispetta.
Miriam Makeba
Ebbene, da dove cominciare? Ma dall’inizio ovviamente!
Perché la Namibia? Ce l’hanno chiesto in mille, la risposta è: per caso!
Passando per vari progetti tra cui la Giordania (due voli annullati) e il Pakistan (situazione a rischio nel momento di prenotare il volo) siamo letteralmente incappati nell’ “Africa for dummies”. E per “for dummies” si intende che – e ve lo confermiamo – in Namibia non ci sono problemi di sicurezza, salvo in un paio di città, di vaccinazioni, di permessi, di difficoltà varie ed eventuali comuni, per chi non è abituato a gestirle, in questo continente.
E noi, anche questa volta, abbiamo fatto tutto da soli: self drive, tenda e lodge, percorso il più possibile lasciato al caso, meno di quanto avremmo voluto e molto meno di quanto avremmo potuto, con il senno di poi.
La Namibia è un paese meraviglioso, stupefacente, vario, con infinite possibilità anche dal punto di vista dell’esplorazione e dei territori non battuti. Vi raccontiamo il nostro viaggio, confidando possa togliere qualche dubbio a qualcuno 😀 Venite con noi!
- Giorni effettivi: 16
- Km percorsi in auto: 4.150
- Spesa a testa: < 2.500 € tutto compreso (anche i regalini, i caffè, le mance, gli imprevisti)
Day 1 – Verso Sesriem attraverso lo Spreetshoogte Pass, dopo i voli della speranza
Siamo privilegiati poveri, questo va detto: quindi il nostro itinerario prenotato mesi e mesi prima (e modificato almeno tre volte dalla compagnia aerea) prevedeva la bellezza di due scali da “segno della croce”: andrà tutto bene, nonostante il concomitante sciopero dei controllori di volo e il precedente down informatico. Torre di controllo ci farà decollare con una sola ora di ritardo, mentre tutti gli altri voli resteranno a terra; e non ci perderanno nemmeno il bagaglio, quindi arriviamo al top!
Ritiro auto super veloce: Hertz ci consegna il mezzo, che quando l’abbiamo visto arrivare ha fatto partire un ohmmmioddddio quanto è grosso! Spoiler: il mezzo è stato restituito senza nessun segno, graffio, gomme di scorta mai usate. E di cazzate ne abbiamo fatte parecchie 😛
Ci tariamo un attimo sulla guida opposta e sul cambio automatico viaggiando quei 20 minuti, al tramonto, che ci separano dal nostro primo alloggio, dopo 18 ore tra voli e aereoporti. Che il giorno dopo si parte, anzi… non proprio 😀
Il giorno uno effettivo, infatti, abbiamo l’incombenza di dover passare di volata a Windhoek perché ci sono le gomme da ribilanciare… vabbè, ci porterà via una mezz’ora contro la disponibilità dell’Agenzia Hertz locale rispetto alla richiesta last minute di prolungare di un giorno (vedi oltre) senza darci problema alcuno: e dopo questo step si parte davvero!
Il tragitto ci porterà via quasi tutto il giorno, ma dopo un primo tratto abbastanza noioso fino a Rehoboth e oltre – utile però a prendere la mano con il pick-up e gli sterrati locali – entriamo subito nel vivo: lo Spreetshoogte Pass ci regala diversi punti panoramici di osservazione sull’immensità di questa regione. Non si capiscono le distanze… per noi europei sono inspiegabili e tali rimarranno fino alla fine del viaggio. Poi si scende (con il lusso di una strada lastricata nella parte più pendente) fino al deserto.
Piazziamo la tenda presso il Sesriem Campsite (che abbiamo dovuto prenotare con largo anticipo, essendo all’interno del parco – vedi note sui camping) in una piazzola gigante, ce ne starebbero altre sei di tende! In compenso la suddetta piazzola è ombreggiata da un grande albero, dotata di acqua corrente e barbecue… e nel camping c’è la piscina. E’ il primo campeggio namibiano che vediamo, quindi restiamo di sasso: ci aspettavamo qualcosa di molto spartano, invece questi lussi sono la norma e noi ci sentiamo meno poveri 😊
Visto che abbiamo tempo, facciamo già i permessi per l’ingresso effettivo al parco di Sossusvlei ovvero il Parco nazionale di Namib-Naukluft: i gate sono due, infatti. Il primo lo abbiamo superato ma il secondo è quello che ci separa di fatto da quello che vedremo l’indomani e come tutte le cose qui è regolato dagli orari di alba e tramonto.
Sbrigate le formalità e fatta benzina, ci restano ore di luce da sfruttare in una breve passeggiata dentro il suggestivo Canyon di Sesriem, che regala begli scorci incorniciati da un conglomerato inciso dall’acqua e dai venti. Ci attardiamo fino al tramonto, per poi rientrare al vicino Camping e mangiare nel suo ristorante: iniziamo a tararci – anzi a stararci! – sulle porzioni namibiane, che una basterebbe a sfamare entrambi!
Contemporaneamente capiamo anche che l’alcol qui non costa nulla e i vini di importazione Sud Africana sono pure buoni. Aaaaaaapposto così, non ci mancherà niente!
Day 2 – Sulle dune del deserto del Namib: Sossusvlei, Deadvlei, Big Daddy e altro
Il gate interno apre alle 6.30, e noi siamo la seconda auto in pole position prima che si aprano le danze.
E’ ancora buio, ma c’è un bel pezzo di strada asfaltata da fare prima di arrivare a Sossusvlei: arrivati qui la nostra idea è di guidare in autonomia i 5 km su sabbia che ci separano dal parcheggio più interno, senza fruire delle navette. Alla fine abbiamo noleggiato un 4×4 gigante anche per questo, no?! Però un po’ preoccupati lo siamo, avendo zero esperienza di questo genere di cose.
La strada asfaltata si dispiega nel deserto mentre albeggia, regalandoci non poca emozione: qualche auto ci supera e noi lasciamo fare… ottimo, perché arrivati al pezzo difficile seguiremo pedissequamente un altro fuoristrada, passando dove passava lui, senza impantanamenti ma sempre con parecchia ansia.
Non potevamo ancora sapere che questo sarebbe stato niente in confronto a quello che avremmo fatto offroad nei successivi 14 giorni 😉
A Sossusvlei il sole s’è appena palesato e la luce è qualcosa di incredibile: le dune sembrano di seta, e non c’è praticamente nessuno. Visto che fa ancora fresco decidiamo di affrontare subito Big Daddy, la più alta duna dell’area di Sossusvlei e del mondo, circa 390 m: salire su sabbia è faticoso e farlo sotto il sole non ci pare il caso… poi non stiamo nella pelle e saliremmo su qualsiasi cosa pur di poter godere di una vista dall’alto del deserto! E la vista, una volta arrivati in cima, è qualcosa di incredibile, struggente.
Il deserto, duna dopo duna, crea un orizzonte infinito di chiaroscuri e contrasti pennellati, che restiamo a guardare per un po’ perdersi nella nebbiolina del mattino. Poi scendiamo giù dalla duna per la direttissima verso Deadvlei, che si vede sotto di noi 😛 Divertente!
In passato questa distesa di sabbia chiara crepacciata dal sole era un’oasi di acacie. Oggi le acacie sono iconiche sagome di alberi pietrificati, che disegnano profili assai fotogenici sullo sfondo delle dune rossiccie. C’è anche qualche albero vivo, non si sa come, ai margini. Non ci attardiamo troppo in questo luogo, perché dopo poco inizierà ad essere preso d’assedio dalle persone arrivate con le navette: ci spostiamo a nord, superata una piccola duna, in un luogo simile… dove guarda un po’ non c’è nessuno!
Il bello di questo posto è che una volta arrivati ci si può spostare come si vuole: vagheremo a caso a piedi per tutta la mattina, fino ad arrivare a Taukopaikka, un posto con qualche albero utilizzato come area pic-nic dai gruppi organizzati proprio sotto Big Mama Dune, che non scaleremo. E qui … il nostro primo orice!
Ad una certa torniamo in Camping per una pausa piscina (già che c’è perché non usarla!) dove scopriremo come fanno il nido i “Tessitori Comunitari”: durante il tragitto in auto da Windhoek avevamo notato alberi letteralmente colonizzati da immensi nidi con molti buchi, dei veri e propri condomini di uccelli. Uno di questi era “in costruzione” proprio di fronte alla piscina!
Prima del tramonto sfruttiamo nuovamente il nostro ingresso al parco, raggiungendo Elim Dune per un aperitivo auto organizzato 😀 . I colori del tramonto nel deserto sono da non perdere, come quelli dell’alba: per questo con il senno di poi trascorrere due notti qui ha avuto molto senso.
Day 3 – Walvis Bay: pink is the new black
In rotta verso Walvis Bay, prima nostra meta sull’Oceano Atlantico: tradotto, significa Baia delle balene.
Il percorso in auto ha il suo fascino, iniziamo però a notare che per raggiungere molti luoghi lungo la strada “è necessario il permesso”: quale permesso, e dove andrebbe richiesto?! Noi ci andiamo lo stesso, anche perché sono per la maggior parte ignorati da tutti.
A Walvis Bay prendiamo possesso della nostra camera, che dopo due giorni di tenda ci sta, e andiamo a fare un giro in questa strana cittadina, in stile coloniale e abbastanza fighetta. Qui scopriamo che la quantità di fenicotteri rosa è paragonabile a quella dei piccioni in Piazza del Duomo a Milano, ma contrariamente ai piccioni per noi sono una novità… e hanno occhi rossi abbastanza inquietanti! Andiamo a vedere i Pink Lakes, ovvero la zona delle saline, in alcune delle quali la concentrazione del sale stesso crea questa colorazione aliena, e cerchiamo di vedere i pellicani, che se ne restano però – ahinoi – a casa loro. Andiamo anche al Bird Sanctuary, una zona lagunare dove ad essere attenti è possibile vedere svariati pennuti, oltre agli onnipresenti fenicotteri.
Organizziamo poi la gita nella vicina Sandwich Harbour, per l’indomani: abbiamo capito che in questa zona servono permessi per qualsiasi cosa (e non sarà l’unica!), ma soprattutto, essendoci il problema della marea per arrivare al sito, per una volta vogliamo essere portati a spasso. Optiamo per M.N.G. Tours, per un percorso di mezza giornata, e non ce ne pentiremo.
Day 4 – Sandwich Harbour: dove l’oceano incontra il deserto
Giornata rilassante in cui non dobbiamo fare niente! Veniamo scarrozzati lungo la linea di sabbia sottile ed effimera che appare e scompare a seconda delle maree, inghiottita dall’oceano, fino a Sandwich Harbour: già il tragitto vale il prezzo del biglietto perché il luogo è davvero affascinate. Scopriamo qui che la colorazione nerastra della sabbia è dovuta alla presenza di ferro che, magnetizzato, può danzare sulle nostre mani!
Il limite delle dune verso l’oceano è mobile: i muri di sabbia si sgretolano giornalmente in piccoli ruscelli come fossero acqua. Già che ci siamo scaliamo un’altra duna, giusto per ammirare il panorama dall’alto: due infiniti, il deserto e il mare, così diversi e così simili, ognuno con le sue onde.
Il deserto ospita bestiole grandi e piccine: abbiamo la fortuna di vedere il piccolo geco tipico di qui… che è veramente piccolo e praticamente trasparente. Oltre a foche, delfini, gazzelle. Ovviamente fenicotteri rosa a iosa.
La guida di M.N.G. Tours si è rivelata perfetta per noi: nessuna fretta, alla mano, disponibilissima. Pranzo in riva all’oceano come da copione, inutile dire super abbondante.
Rientrati alla base ci consigliano un ottimo ristorante nel porto di Walvis Bay, che oltretutto è un perfetto hotspot per il tramonto (Anchors Waterfront Restaurant).
Sarà poi la gestrice del lodge a darci un altro importante suggerimento per il nostro percorso: ovvero quello di arrivare fino a Cape Cross, ma poi invertire la rotta per fare tappa allo Spitzkoppe. In questa parte di percorso non avevamo volutamente prenotato pernottamenti, quindi… bene così!
Day 5 – La Skeleton Coast, la nebbia, le otarie, il nulla
Da Walvis Bay ci dirigiamo a nord, verso Cape Cross presso il cui Camping abbiamo deciso di alloggiare.
Giusto per dare un’occhiata ci fermiamo a Swakopmund… a parte l’essere assediati da persone che vogliono venderti qualcosa (comprensibile, ma quando è troppo è controproducente) per quel – poco – che abbiamo visto la cittadina è la copia più grande e più fighetta di Walvis Bay, che almeno aveva il vantaggio d’essere gradevole dal punto di vista architettonico. Qui i grandi alberghi sono enclave che fanno da contrappunto ai quartieri più poveri, ci riteniamo fortunati ad esserci fermati altrove per il pernotto e proseguiamo subitamente senza rimpianti.
La strada è ottima, asfaltata: lungo il percorso d’obbligo fermarsi prima di Hentiesbaai per toccare con mano la ragione del nome sinistro di questa striscia di costa. La Skeleton Coast è infatti disseminata di relitti di imbarcazioni, più o meno vecchi, più o meno facili da trovare, arenatisi qui per via delle nebbie e delle nubi che dal mare non trovano sbocco verso l’interno, bloccati delle dune del deserto. Le condizioni di scarsa visibilità hanno creato un suggestivo cimitero, e il relitto della Zeila è forse il più semplice da avvicinare (gli altri, quelli visibili, sono molto più a nord).
In compenso questo è l’unico posto della Namibia dove abbiamo visto delle nuvole, o meglio dove per due giorni non ha mai battuto il sole… il vento invece non ci ha dato tregua e anche il freddo, la sera, si è fatto sentire.
Lungo la strada è possibile osservare come questo luogo sia il paradiso dei pescatori, che infatti arrivano da tutto il mondo: ogni hotspot è segnalato da un cartello, che indica la distanza tra la strada e l’oceano, e in giro è possibile reperire delle mappe che indicano per ogni luogo la tipologia di pesci che è possibile catturare.
Iniziamo anche a notare un’altra tipicità di alcune zone della Namibia, i baracchini – incustoditi – che espongono pietre e gemme varie: si tratta di self service, dove sarebbe opportuno lasciare qualche moneta oppure cibo e acqua a richiesta, nel caso qualche articolo fosse di gradimento.
Arriviamo a Cape Cross, facciamo il biglietto, entriamo nella Seal Reserve… e per poco non investiamo qualche otaria! Le maledette si confondono con i sassi, ma soprattutto non ci aspettavamo un simile spettacolo e cotanta abbondanza di pinnipedi. La colonia riproduttiva può ospitarne a migliaia: una volta parcheggiata l’auto si può girare liberamente, senza avvicinarsi troppo perché giustamente le bestiole non gradiscono.
Beh… è stupefacente: e non chiamatele foche! Anche all’odore dopo un po’ ci si abitua, essendo impegnati ad osservare questi esseri così goffi a terra (e pucciosissimi!!!) trasformarsi in sirene tra le onde.
Dopo aver fatto il pieno di otarie, avendo tutto il pomeriggio, decidiamo di superare Cape Cross e procedere per chilometri verso nord a caccia di altri relitti… che però scopriremo poi essere troppo a nord! Incuriositi da un cartello con scritto “menhir” e da una pista nel deserto, più o meno all’altezza di Durissa Bay, cambiamo programma e puntiamo nell’interno, in una desolazione di sassi che in lontananza si trasforma in rilievi appena accennati. Ecco, a proposito di lontananza e di non riuscire a tararci sulle distanze… dopo altri troppi chilometri di menhir nessuna traccia e i rilievi all’orizzonte continuano ad essere al loro posto, cioè all’orizzonte 😀
Facciamo due conti: non vediamo automobili da ore, ovvero da dopo Cape Cross, se ci fermiamo qui rischiamo d’essere ritrovati dopo giorni 😊. Leggende metropolitane narrano sia anche successo a qualcuno. Desistiamo e rientriamo a Cape Cross, nella gigantesca piazzola che è stata assegnata alla nostra minuscola tenda. Scopriremo dopo che eravamo quasi arrivati al famoso menhir, peccato non aver scoperto prima il sito tracks4africa.co.za (vedi Day 11).
Day 6 – Spitzkoppe, dove le rocce sono rotonde e l’arrampicata ancora – incredibilmente – poco diffusa
Seguendo il consiglio della sciura di Walvis Bay da Cape Cross facciamo retro front fino a Hentiesbaai, per poi addentrarci in una strada che nuovamente punta verso l’interno. Arriviamo in mattinata in questo posto incredibile, lo Spitzkoppe, detto anche il Cervino della Namibia 😀 . Per entrare nell’area protetta non si sa come manchiamo l’accesso principale e ci ritroviamo a passare su terreni privati: al prezzo di due pietre ci aprono il cancello e voilà!
In mezzo al deserto si ergono delle formazioni rocciose la cui forma è del tutto assurda: i megaliti rossicci che le compongono sono tondeggianti, levigati, a volte incisi da profonde ed estetiche fessure; si tratta di un granito molto particolare, che ha 700 milioni di anni. Per noi è impensabile che in un posto così non si arrampichi: e infatti si arrampica! per raggiungere la cima principale dicono esserci una via normale (se non abbiamo frainteso di sesto grado). Forse trad o semi trad. Ma tanto noi non abbiamo dietro l’attrezzatura, quindi possiamo solo giocare tra e sopra questi boulder pazzeschi.
Di climbers nemmeno l’ombra, ma rinveniamo su una cima secondaria anche una serie di spit.
Individuiamo un punto debole della montagna e cominciamo a salire fino ad un intaglio, rilevando anche la presenza di qualche ometto: non solo le rocce, anche la vegetazione è stranissima… cactus, piante dal fusto bianco e spellicolato, arbusti spinosi, alberi faretra (si chiamano così perchè i boscimani ci ricavano appunto le faretre) si nascondono tra le rocce creando dei veri e propri giardini in quota. Questo posto è una bomba!
Passiamo la giornata così: non sapevamo ci fosse un campeggio proprio alla base (questo sì molto spartano) altrimenti ci saremmo fermati qui. E invece ci tocca attraversare il gate di uscita e dirigerci a Usakos, una cittadina per nulla turistica dove faremo fatica a trovare da dormire e da mangiare… a volte improvvisare significa anche questo! Invece a volte…
Day 7 – Uis, Marius e gli elefanti: quando l’improvvisazione paga
Da Usakos ci dirigiamo senza fermarci sino a Uis, dove avevamo prenotato dall’Italia un bel camping per tre notti… perchè la zona del Brandberg è ricca di cose da fare e da vedere, anche se per ora esattamente quali siano queste cose non lo sappiamo!
A sopperire alla nostra ignoranza ci penserà Marius: lo conosciamo mentre ci preparano la stanza presso il Camping (errore di prenotazione, pensavamo di aver preso la piazzola, invece… 😀 ) e noi siamo intenti a berci un – buon – caffè. Lui sembra il padrone di casa, abbigliato come un hippie e con una lunga barba chiara… impossibile non notarlo. Ci notiamo a vicenda e scambiamo due chiacchiere, visto che noi di questa zona non sappiamo nulla – nemmeno cosa fare – e lui invece ci vive da anni: pronti via, si decide che nel pomeriggio ci porterà, se avremo fortuna, a vedere gli elefanti!
La domanda sorge spontanea: “ma voi vi fidate degli sconosciuti?” La risposta è “spesso e volentieri!” E siamo ancora vivi per raccontarlo 😊
Il territorio di “caccia” per gli avvistamenti è il letto secco del fiume Ugab, posto a nord del Brandberg dove noi andremo in autonomia, ma sotto la supervisione e la guida di Marius. E’ stata innanzitutto una giornata di training per quel che riguarda l’offroad: abbiamo potuto sperimentare alla guida, con gli pneumatici finalmente sgonfi al punto giusto e su diversi tipi di terreno. E abbiamo imparato un sacco di cose sugli elefanti e sulle loro tracce e deiezioni 😀 prima di vederli tra gli arbusti, finalmente, al termine della giornata!
Il primo elefante non si scorda mai: questi sono un po’ più piccoli della media ci è sembrato. E sono bestie magnifiche, come avremo modo di vedere anche in seguito. La cacca di elefante poi è magica: vi danno noia le mosche? No problem, basta bruciare un po’ di cacca di elefante: le mosche spariscono e il profumo sembra incenso; se la prendete in mano scoprirete che non puzza per niente.
Belli contenti per la gita, per la nuova conoscenza e ovviamente per gli elefanti, ci fermeremo nel limitrofo camping White Lady per una birra, al tramonto: ed ecco comparire moltissimi elefanti e una mangusta striata, che si fa prendere in braccio e coccolare quasi fosse un gatto.
La giornata si chiude così, con nuove esperienze e nuovi amici.
Day 8 – A zonzo sul Brandberg, ma senza permesso
L’ascesa alla cima principale del Brandberg, come anche la visita alle incisioni rupestri di White Lady, è possibile solo con guida e – per la prima – con permesso scritto del Consiglio del Patrimonio Nazionale della Namibia. Per chi viene dall’Italia questa cosa potrà sembrare assurda, visto che si tratta alpinisticamente parlando di una salita priva di difficoltà. Da sapersi, nel caso per voi fosse irrinunciabile, perché conviene richiedere il permesso dall’Italia.
Noi manco a dirlo non lo sapevamo e ormai era troppo tardi per porre rimedio.
Ma al ravanage non rinunciamo e chissenefrega della cima più alta 😉
Dopo aver bighellonato nel deserto e sperimentato nuovamente un po’ di fuori pista parcheggiamo l’auto a bordo Brandberg (perché trattatsi di una catena piuttosto estesa, non di una singola montagna) e individuato un percorso fattibile iniziamo a salire alcuni rilievi, ovviamente senza sentiero. Dopo qualche ora raggiungiamo uno sperone roccioso che offre una bella visuale: non siamo gli unici a girovagare da queste parti, visto che rinveniamo i resti di un bivacco…
Rispetto allo Spitzkoppe la montagna sembra meno caratteristica, sia per le formazioni rocciose sia per la vegetazione, ma è comunque affascinante camminare in un territorio così solitario, senza nessuno intorno! Libertà assoluta, da respirare a pieni polmoni.
Rinunciamo volentieri alle incisioni rupestri: non abbiamo voglia di metterci in coda o di fare trafile burocratiche, per quanto interessanti i pittogrammi possano essere.
Day 9 – L’altro lato del Brandberg, il deserto di roccia e le miniere
Per oggi abbiamo in programma una spedizione a ovest del Brandberg, nel Goboboseb, accompagnati da Marius: qualcosa che non avremmo mai fatto da soli, e che – a giudicare delle zero auto incontrate – non fa nessuno. Anzi… se volete cimentarvi abbiate cura di fare una traccia gps, perché perdersi è un attimo!
Questo è un posto sconfinato ed assurdo: per chilometri e chilometri ci sono solo sassi, distese di sassi e colline di sassi. Ed è pazzesco!
In realtà a guardar bene non ci sono solo sassi: qui conosciamo le Welwitschia mirabilis, delle piante millenarie che nascono con due foglie , ma sembra ne abbiano molte perché il vento le spezza e le frammenta, tipiche del deserto del Namib e del Kalahari. E poi c’è l’assenza di sassi, un po’ come il gatto di Schrödinger 😀 ovvero dei cerchi dove inspiegabilmente di pietre non ce ne sono. Perché? Ancora non è chiaro, ma il nome è suggestivo: “fairy circles”.
Queste colline, colline a perdita d’occhio, solcate da rade piste e sentieri, sono potenzialmente tutte miniere di ametiste. I minatori scavano prevalentemente a mano: vedrete le loro basi come inspiegabili puntini tra i sassi… e noi andremo a trovare uno di questi minatori, ovvero il figlio (uno dei) di Marius.
Capiamo un po’ di più di questa terra, ricchissima. E della libertà di chi decide di vivere così, tra rocce e pietre. Sembrano pazzi, ma chissà tra noi chi lo è di più…
Scopriamo anche un container russo in pieno deserto… bah! Se siete curiosi di sapere cosa contiene, scorrete le foto 😀
Stasera, essendo l’ultima qui, ci godiamo l’ospitalità di Marius e la sua cucina. Domani si riparte, di nuovo on the road!
Day 10 – Attraverso il Kunene, fino a trovare l’acqua
Lunga giornata di viaggio verso nord per noi, con paesaggi che piano piano mutano, praticamente tutta spesa on the road. Ormai dopo il training dei giorni precedenti siamo agili sullo sterrato, ci preoccupiamo poco e ci godiamo questi paesaggi così diversi dai nostri, il loro lento trasformarsi. Accanto alla strada spesso vi sono insediamenti di vario genere, dalle casupole di fango alle baracche variopinte, vediamo i pastori con le loro pecore, le donne herero con il loro abbigliamento variopinto e pesantissimo, le donne himba invece quasi totalmente nude.
Non abbiamo prenotato nulla per la notte, quindi saremo felicissimi di trovare una giga piazzola presso il Camping del Khowarib Canyon, dove il fiume non è in secca: la prima acqua corrente naturale che vediamo, anche se si tratta di un piccolo torrente. Facciamo subito un giro esplorativo a piedi, poco oltre si vedono addirittura delle palme!
Peccato in questo viaggio non riuscire a spingersi più a nord, la parte verde della Namibia: ma meglio “meno e ben viaggiato” piuttosto che “tutto fatto male”.
Day 11 – Traversata del Khowarib Canyon, un po’ di paura e tanta emozione
Fin’ora siamo quasi sempre stati “nella civiltà”… più o meno. A parte la trentina di km all’interno della Skeleton Coast e il percorso nella zona mineraria del Brandberg dove però eravamo con Marius, per quanto offroad i percorsi affrontati contemplavano sempre l’almeno sporadica presenza di esseri umani.
Oggi affronteremo il grande punto interrogativo del viaggio, ovvero questo percorso offroad di un centinaio di km, senza segnale e senza tutto dall’inizio alla fine. Per essere sicuri di farlo al meglio, inanelleremo una serie di scelte sbagliate già dall’inizio 😀 😀 😀
Innanzi tutto decidiamo di fare il pieno nel “vicino” paese di Sesfontein: sono 60 km tra andata e ritorno, ma il benzinaio è senza benzina. In più il paesino pare davvero poco ospitale (vi sconsigliamo di soggiornarci… caso più unico che raro).
Inoltre, per metterci il carico, vuoi non farlo un “salto” alle cascate di Ongongo? E sono altri 10 km di sterrato brutto… per poi rendersi conto che il Khowarib dove avevamo dormito era anche meglio.
Ordunque, dopo tutto ciò si son fatte le 11.00 del mattino e noi abbiamo mezzo serbatoio: cosa si fa? Si parte lo stesso ovviamente, verso il Canyon, l’infinito e oltre!
E’ stata una delle esperienze più intense fatte durante questo viaggio e forse in generale. Non avremmo mai provato, o l’avremmo fatto tornando poi indietro, senza i pregressi già raccontati. In ogni caso sappiate che ficcarsi qua dentro con mezzo serbatoio è una cazzata colossale!
Il Canyon parte dal Camping, abbastanza incassato tra le montagne: ci sono diverse tracce, ma almeno questo aspetto l’avevamo previsto e affrontato in maniera intelligente. Supponendo potesse esserci scarsa connessione (leggi: nessuna connessione) il giorno prima avevamo fatto una serie di istantanee del tragitto con lo smartphone, tratte dall’ottimo sito tracks4africa.co.za che descrive punto punto tutti i passaggi di questo e di mille altri 4×4 in Africa.
A parte un paio di punti su roccia ostici e un paio di guadi si procede abbastanza bene, ovviamente lentamente, sia perché il paesaggio è superbo sia perché comunque il terreno è difficile. Si incontrano anche radi insediamenti locali, dove i bimbi escono dalle capanne per venirti incontro. Qui la popolazione sembra vivere di pastorizia. Il letto del fiume mano a mano si secca e si apre, si esce dalla cortina montuosa e nella spianata dove il fiume si ramifica in un infinito letto di sabbia e di possibilità cominciano i ca$$i. Perché non è più scontato quale traccia seguire…
Dopo una 40ina di km fatti in compagnia di un altro fuoristrada, a dire il vero più confuso di noi, questo ci lascia per seguire la propria rotta non coincidente con la nostra… auguriamo ai due ragazzi che tutto sia andato bene 😉
Ci troviamo ora in un altopiano che è una sorta di delta fluviale secco, con sabbia/polvere che rende ostica la guida, circondati da vegetazione alta: e infatti dadaaaaaa, compare una giraffa, poi due, poi tre! Vedere gli animali così, in una natura non protetta, spuntare dal nulla in completa totale solitudine è stato emozionante. Dopo le giraffe si è palesato un elefante, ben più grosso di quelli dell’Ugab: abbiamo spento il motore, osservandone le reazioni (e pregando la madonna). Timore reverenziale. Peraltro… come stiamo messi a benzina? Male, molto male! L’idea di restare a secco qui senza sapere dove sia “qui” ci fa riprendere timidamente la marcia, nonostante l’elefante.
Alla fine ne usciamo, in qualche modo e con molta fortuna. Forse anche un pizzico di bravura ed esperienza nel leggere le mappe ha aiutato.
Riprendiamo una strada vagamente frequentata e raggiungiamo Kamanjab, una cittadina con un paio di benzinai, un market, due ATM fuori servizio e il nostro Camping. Ci abbiamo messo più di mezza giornata, ma ne è valsa la pena.
Day 12 – Etosha Ovest dal Galton Gate, bestiole a iosa
La parte finale del nostro viaggio l’abbiamo volutamente dedicata all’Etosha National Park, che si sviluppa attorno ad un deserto salino gigantesco che in lingua Oshivambo significa appunto “Grande luogo bianco”, che occupa il 25% del parco stesso.
Tutto il parco ha un’estensione di ben 22.000 Kmq. E’ delimitato da un recinto e da 4 Gate, che possono essere superati entro i limiti di alba e tramonto.
Il Galton Gate è quello più occidentale ed è quello da cui entriamo noi: ovviamente bisognerebbe pagare l’ingresso in contanti (che noi non abbiamo essendo gli ATM di Kamanjab fuori uso) ma ci consentiranno di pagare all’uscita. In soldoni, e scusate il gioco di parole: portatevi i contanti!
Superato il gate non si potrà più scendere dall’auto se non in specifici punti recintati. Il perché è chiaro: il parco pullula di fauna, tanto che spesso ti ritrovi le bestiole in mezzo alla strada, anche se gli hotspot restano le pozze d’acqua, adeguatamente segnalate, che permettono di vedere la maggiore concentrazione di animali. Se non ne vedete nessuno ecco… è probabile ci sia un predatore nei pressi (ma questo lo scopriremo l’indomani!)
Qui abbiamo avvistato le nostre prime zebre, che con gazzelle, antilopi, orici sono diventate come i piccioni in piazza del Duomo 😀 o come i fenicotteri a Walvis Bay… Però sono bellissime, con questi sederi tonici e il manto più vario di quello che si potrebbe immaginare: strisce sì, ma diverse dall’uno all’altro esemplare!
I vari gruppi monospecifici di bestiole convivono, pacificamente: le pozze diventano un aggregante sociale, anche gli elefanti si rilassano con gli altri animali. E osservare gli elefanti, nella loro socialità complessa e sottile, si conferma uno degli aspetti più interessanti del viaggio. Dobbiamo ancora una volta ringraziare Marius, i suoi racconti ed i suoi insegnamenti se, in una situazione non proprio piacevole con un gruppo di elefanti, ci comporteremo bene e ne usciremo tranquilli.
In questo primo giorno ad Etosha sono mancati i grandi felini… speriamo nella giornata di domani, ma se non dovesse esserci l’occasione possiamo già dirci soddisfatti così.
Il Camping interno al gate, a Okaukuejo, era già pieno da mesi quindi dall’Italia avevamo prenotato poco all’esterno, presso l’Etosha Trading Post Campsite, ennesima piazzola extralarge con servizi igienici privati di superfice indecente, in senso positivo!
Day 13 – Self Game Drive da Okaukuejo a Namutoni: finalmente i grandi felini
Riattraversiamo il limitrofo Anderson’s Gate per reimmergerci nel Parco di Etosha di primissima mattina, obiettivo dichiarato vedere almeno un dannato felino, leone, leopardo… un gattone a caso.
La prima pozza che visitiamo invece (Okondeka) ci regala uno sciacallo! Mentre eravamo tutti intenti a fotografare puntini minuscoli all’orizzonte, infatti, uno di loro si avvicinerà incuriosito all’auto… eccallà!
Dopodichè girovaghiamo lungo la sponda meridionale dell’Etosha Pan, approdando in un punto panoramico dentro la distesa salata stessa … è incredibile perché intorno non c’è assolutamente nulla che non sia bianco, qualsiasi bestia nei paraggi sarebbe avvistabile a chilometri di distanza: qui ci arrischiamo anche a scendere dalla jeep.
Visto che per noi elefanti, giraffe, stru-n-zzi, gazzelle, zebre, antilopi ecc sono diventati “normali” andiamo via spediti; le sorprese arriveranno nel tardo pomeriggio, presso una pozza insolitamente deserta e silenziosa. Le altre bestiole ci sono ma si tengono a distanza… perché? Presto scoperto, nel momento in cui un leopardo si fa innanzi, con un incedere elegante e sicuro. La pozza è sua, lui ne è pienamente consapevole, e noi gli facciamo un servizio fotografico. Il nostro primo felino.
Capito come funziona ci dirigiamo a nord di Namutoni, altra pozza deserta. Ci fermiamo, spegniamo il motore e dopo un paio di minuti ecco comparire una leonessa, anzi due. Restiamo ad osservarle per un bel po’: sono perfettamente consapevoli della nostra presenza, anche se – come tutti i gatti – fanno finta di non vederci.
Infine, presso l’ultima pozza della giornata, la ciliegina sulla torta: compare una iena, che se ne frega di motori e presenze umane. Probabilmente è vecchia e sta da sola perché cacciata dal gruppo: fa tenerezza, anche se proprio bella non è.
Abbiamo decisamente fatto il pieno di bestiole oggi: sul filo del tramonto prendiamo possesso della piazzola presso il Camping di Namutoni, prenotato mesi prima.
Dentro il Camping c’è un fortino, un bel punto panoramico per godersi il calare del sole e le stelle… l’uno e le altre – non ve lo avevamo ancora detto – sono totalmente diversi qui. C’è anche una pozza illuminata proprio sotto il fortino, pare che possa essere frequentata di notte da rinoceronti, che però non abbiamo visto.
Day 14 – Ultimo giorno, anzi no!
Convinti fosse il nostro ultimo giorno pieno in Namibia, ci accingiamo al lungo e soporifero viaggio verso Windhoek, passando attraverso il Von Lindequist Gate. On the road abbiamo prenotato un resort figo, presso Okahandja che si trova a un’oretta dalla capitale, per rilassarci prima dell’interminabile sequenza di voli.
Prima di arrivare facciamo tappa alla Crocodile Farm di Otjiwarongo, dove c’è un buon ristorante e soprattutto i coccodrilli, che non essendoci spinti così tanto a nord non abbiamo ancora avuto modo di vedere. Qui abbiamo l’occasione di chiacchierare con la guida della Farm, che oltre a spiegarci tutto sui coccodrilli ci racconta anche qualcosa sui “click speaker”, ovvero su una delle lingue antiche autoctone del paese, composte in prevalenza da “consonanti click”, schiocchi di lingua per noi irriproducibili ma assai musicali da sentire.
Ovviamente i coccodrilli che si possono vedere qui vivono in cattività e l’esperienza è più che turistica, tuttavia quando vi ricapiterà di tenere in mano un coccodrillino di un anno?! O di mangiare del coccodrillo, anche 😛
Momento Rieducational Channel: i cocchi non possono articolare la lingua (e respirano tramite la bocca aperta, come i cani) sta di fatto che non possono “pulirsi i denti” e come tutti sappiamo l’igiene orale è importante. Gli uccelli che spesso si vedono tra le loro fauci svolgono proprio questa mansione, ripuliscono la loro bocca dagli avanzi di cibo. Peccato che il coccodrillo mangi “per opportunità”… quindi se in quel momento dovesse avere fame… adios uccellino!
Arriviamo infine al nostro resort figo con letto a baldacchino gigante, ci facciamo la doccia, impacchettiamo tutto, siamo pronti per fare il check in online… ma perché non è disponibile? Fottuta tecnologia.
…
……
Ah!
Il volo non è domani, ma dopodomani! Ops.
Seguono ore di ansia, spese a capire come risolvere last second il problema dell’auto, il cui nolo ed assicurazione vanno prolungati di un giorno, dell’albergo e di cosa fare in questa giornata in più.
Che si è rivelata un regalo.
Day 15 – Dei ghepardi in regalo
Risolto il problema dell’auto e del resort senza particolari complicazioni (Grazie Hertz!), decidiamo di spostarci di nuovo verso nord per conoscere un’altra bestiola che mancava all’appello, il ghepardo.
Ci dirigiamo ad un paio d’ore da dove siamo, presso l’AfriCat Foundation, nata per promuovere e conservare la vita dei selvatici in un territorio difficile, anzi difficilissimo: sì perché la Namibia non è tutta spazi aperti e anarchia. Esistono, soprattutto nell’interno, numerose fattorie ed allevamenti, dove la presenza di certi animali è fonte di perdite economiche e preoccupazione. Un po’ – volendo paragonare situazioni non paragonabili – come l’orso in Trentino e tutto il pandemonio che ne consegue.
Il ghepardo qui è a rischio, non solo per la presenza dei recinti delle fattorie che restringono il suo territorio di caccia, ma anche per la concorrenza di competitor più forti (il leopardo ad esempio): e se si osserva il ghepardo si può ben capire perché. E’ un felino di stazza contenuta, velocissimo e letale sì, ma solo se può correre per cacciare. AfriCat ha adottato dei felini, con il nobile obiettivo di rimetterli in libertà, ma come noi in occidente sappiamo bene, questa cosa non funziona mai: le bestie senza la guida del branco non imparano, e rimesse in libertà morirebbero in poco tempo perché non hanno gli strumenti per sopravvivere. Quelli che abbiamo visto sono gli ultimi cinque ghepardi adottati… morti loro l’esperimento, seppur nobile, potrà dirsi terminato.
Invece la missione educativa continuerà e crediamo sia la cosa più importante: convivere si può, attraverso l’informazione e la formazione delle generazioni più giovani.
Noi abbiamo visto questi micioni nel momento più sbagliato della giornata: come qualsiasi gatto passano la maggior parte del tempo a poltrire e se fa caldo… ancora di più! Peccato non aver visto anche il pangolino, mannaggia.
Ultima – stavolta davvero! – serata nel resort figo.
Day 16 – Shopping a Windhoek e rientro (oh… non ci hanno perso i bagagli nemmeno stavolta!)
Avendo il volo alle 18 possiamo passare nella capitale a fare un po’ di shopping.
Ci dirigiamo al Namibia Craft Centre, un mercatino interessante che ha il grande pregio di proporre artigianato non banale, ci sono articoli davvero originali. Nessuno qui vi romperà le scatole, di contro è impossibile trattare sul prezzo (menomale).
E poi, niente… è il momento dell’aeroporto. E anche questa volta è finita troppo presto.
Alla prossima avventura! Quindi, dove si va?
Tip and tricks
Camping e lodge
Una cosa che abbiamo scoperto sul posto è che i camping sono molti di più di quelli che si trovano online. Anche nei posti più sperduti, macinando qualche chilometro, si incontrano campeggi a volte dispersi nel deserto. I Lodge hanno spesso uno spazio per chi viaggia con tenda o aircamping.
Quindi, sebbene non si possa fare campeggio libero (proibito e sconsigliato vista anche la presenza di fauna selvatica) non è necessario prenotare ogni cosa dal paese di origine: ci si può arrangiare sul posto, e questo lascerà maggiore disponibilità per variare il percorso o improvvisarlo.
Fanno eccezione i Camping all’interno dei parchi naturali più quotati: con “all’interno” intendiamo entro i confini dei gate. Essendo gli orari di apertura e chiusura vincolati dagli orari di alba e tramonto (variabili) soggiornare “all’interno” vi consentirà di godervi tutto nelle ore migliori e con meno gente. Per questa ragione le piazzole in questi campeggi vanno via come il pane e conviene prenotarle prima.
Detto questo i posti si esauriscono presto anche perché in Namibia non frega nulla a nessuno se si viaggia con una tendina da due, da quattro o da otto: le piazzole in genere sono per otto persone, ma se siete in due vi beccherete la piazzola intera, togliendo però la possibilità ad altri di soggiornarvi.
Come sono i campeggi? Bellissimi!
Non manca nulla, quelli più gettonati hanno spesso anche la piscina. Sono in genere curatissimi anche esteticamente, puliti, comodi, in alcuni casi i bagni sono comuni mentre in altri sono “interni” alla piazzola stessa, quindi privati. E’ sempre presente un elemento ombreggiante, sia esso naturale o artificiale, non manca mai la carta igienica. Anche il barbecue è la norma. Campeggiare qui è super confortevole!
La maggior parte dei campeggi è dotata di un piccolo ristorante, nel caso non abbiate voglia di cucinare (noi non abbiamo mai toccato una gavetta, anche perché il cibo e l’alcol sono moooooolto economici). Fanno eccezione i camping più spartani (ma comunque bellissimi) e isolati, come quello sotto lo Spitzkoppe, dove per mangiare dovrete arrangiarvi.
Abbiamo inframmezzato i giorni in tenda con qualche giorno di permanenza nei Lodge, giusto perché siamo bestie stanche e malate 😀 Ecco, i Lodge sono ancor più fighetti dei campeggi: il livello di comfort e cura estetica è elevatissimo, anche nelle sistemazioni più spartane.
Benzina e stazioni di servizio
Qualsiasi cartina possiate procurarvi in genere riporta la posizione delle stazioni di servizio: che sono molte ma non onnipresenti, quindi il consiglio è di fare il pieno ogni volta possibile: un’unica volta siamo stati in difficoltà da questo punto di vista (vedi la traversata del Khowarib) e non per colpa nostra, visto che il benzinaio aveva terminato la benzina 🙁 e non ce n’erano altri per una cinquantina di km… che su queste strade non sono pochi.
La benzina costa relativamente poco; in Namibia non esiste self service quindi ci sarà qualcuno che la fa per voi… il pagamento elettronico è universalmente accettato (se c’è connessione!) ma occorre sempre prevedere una piccola mancia, preferibilmente in contanti (vedi Soldi e Mance sotto).
Mezzo di locomozione
Noleggiare un’auto normale se si vuole visitare la Namibia ha davvero poco senso.
Il pick-up / fuoristrada sarà una delle spese maggiori che dovrete affrontare, ma non lesinate e scegliete bene: i modelli più diffusi sono la Toyota Hilux o l’Isutzu D-max, noi avevamo la seconda e ci siamo trovati benone.
Attenzione che il cassone chiuso NON è a tenuta per quel che riguarda la sabbia! Al giorno UNO ve lo ritroverete ricoperto di polvere, lui e tutto quello che avrete messo al’interno… quindi:
CONSIGLIO portatevi dei sacchi della spazzatura grandi e metteteci dentro i bagagli che vorrete infilare nel cassone. In questo modo non si riempiranno di polvere durante gli spostamenti (grazie Console!).
Generalmente le auto sono equipaggiate con due gomme di scorta: pare che in Namibia si buchi frequentemente, anche se a noi non è mai successo, nonostante tutto. Può essere utile, a seconda di quello che volete fare, anche una tanica in più per la benzina. Tutte cose da verificare e chiedere al momento della prenotazione (che vi consigliamo di fare con anticipo).
L’assicurazione conviene sia solida, andando a coprire più cose possibili: sono tutti sterrati, quindi segnare la carrozzeria è un attimo.
La guida è all’inglese, il cambio sempre automatico (ma per il tipo di strade… va bene così!)
Se volete sgonfiare le gomme (cosa che tendenzialmente dovrete fare) ricordatevi di riportarle alla pressione iniziale prima di riconsegnare l’auto: le agenzie di noleggio non gradiscono questa pratica… ma noi ve la consigliamo se non volete bucare ad ogni piè sospinto.
Soldi e mance
La maggior parte degli esercizi accetta i pagamenti elettronici, il problema è la connessione un po’ ballerina. Questa è la ragione per la quale è sempre meglio aver dietro un po’ di contanti (si trovano quasi sempre ATM nelle stazioni di servizio o nei minimarket). Con un po’ di contanti intendiamo l’equivalente di 200 € in due, che significa avere nel portafoglio un malloppo consistente di banconote.
La mancia è quasi d’obbligo, richiesta e gradita 😀
Può andar bene, al minimo, un 10% del prezzo pagato, anche se spesso vi troverete ad elargirla anche a parcheggiatori abusivi o persone a caso. Ovviamente se un cameriere si dimostra particolarmente attento o se qualcuno vi regala simpatia e un buon servizio, non lesinate: perché qui ci campano.
Connessione e apparecchi elettronici
E’ necessario comprare una scheda almeno per la connessione dati: noi abbiamo scelto MTC, che ha un’agenzia nell’aeroporto di Windhoek ed è molto economica… ma ha funzionato benissimo.
Come al solito abbiamo utilizzato un piccolo router con questa scheda, al quale abbiamo connesso i nostri dispositivi.
Avere una connessione stabile (dove c’è) è utile per tracciare i percorsi, pianificare gli itinerari, ottenere informazioni ecc. La copertura è spesso buona nei centri abitati e quasi sempre assente nell’interno.
Se avete intenzione di addentrarvi in territori inesplorati (si fa per dire) consigliamo un Comunicatore Satellitare GPS, che noi non avevamo ma può essere utile in caso di avaria del mezzo in assenza di connessione: davvero si rischia di essere ritrovati – per caso, forse – dopo giorni 😉
Avrete bisogno di un adattatore, anche se spesso (non sempre!) sono presenti prese internazionali e usb anche nei Camping.
Tempi, distanze e strade
Una delle cose più difficili all’inizio è tararsi sulle distanze e quindi i tempi di percorrenza.
Sappiate che basarsi sui tempi di Google Maps è del tutto fuorviante, come in tutti i posti che prevedono percorsi su sterrato: andrete a velocità inferiori, non solo per le strade, anche perché ovviamente vi fermerete ogni due per tre a fare foto. Oppure ad aspettare che passi un gregge di pecore o capre.
Le strade, a parte alcune eccezioni, sono sterrati con consistenze diverse: sabbia, ghiaia, pietre. Quelle principali sono comunque tenute benone e sono larghissime; inoltre in Namibia non si può parlare di traffico… vedrete le auto a chilometri di distanza per via della nuvola di polvere che sollevano, guidare è relativamente facile da questo punto di vista.
Vi segnaliamo la strada B1 che va da Etosha a Windhoek, una striscia di asfalto senza fine, unicamente per una ragione: è di una noia mortale, e il rischio di addormentarsi alla guida, qui, è altissimo 😀
L’offroad vero e proprio è un’altra storia; in Namibia si può andare praticamente ovunque avendo la capacità di farlo e il mezzo giusto, equipaggiato adeguatamente.
Cibo
In Namibia non morirete di stenti: anzi, pur mangiando poco secondo la media europea, noi siamo ingrassati di 3 kg a testa!
Il problema, infatti, sono le porzioni: abbondantissime, il “poco” non viene recepito.
Per quel che riguarda la varietà c’è di tutto, dal pesce alla carne (spesso di animali locali come orici, antilopi ecc) accompagnati da verdure (di importazione Sud Africana) e/o riso. Per andare sul particolare, abbiamo anche provato la carne di coccodrillo 😉
Spesso troverete la pizza, che è anch’essa estremamente riempitiva a causa dell’abbondanza di formaggio (non mozzarella) con cui viene ricoperta. Tutto cucinato assolutamente bene, con cura, a volte con un’attitudine internazionale, a volte con qualche nota locale.
Per l’acqua vi dovrete adattare prevalentemente alle bottigliette, perchè in giro non se ne trova; l’acqua dei campeggi tuttavia c’è sembrata potabile (siamo ancora vivi e il sapore era gradevole!).
Il vino è di importazione Sud Africana è buono ed economico, la birra pure.
Nei minimarket troverete più o meno sempre tutto, anche carne fresca da cucinare sul barbecue e una selezione di verdure fresche, questa spesso molto minimale, oltre a vari prodotti utili alla sopravvivenza.
White people & Black people
Siamo un po’ in difficoltà da questo punto di vista, ma qualcosa forse va detta.
La Namibia, dopo la Mongolia, è lo stato sovrano con minor densità di popolazione; ed è uno stato sovrano giovane avendo ottenuto l’indipendenza dal Sud Africa solo nel 1990. Precedentemente fu colonia tedesca, fino al 1915. La presenza occidentale effettiva risale al 1600: ci sono generazioni di bianchi che vivono qui da allora, che parlano afrikaans (ovvero una lingua derivante dal boero) e che si riconoscono in tutto e per tutto “nativi” di queste terre, governandone peraltro l’economia.
Le popolazioni nere appartengono a diverse etnie (almeno 13, la maggior parte di gruppo Bantu come Ovambo, Herero, Himba ma anche di gruppo Nilotico come Damara, Boscimani, ecc), arrivate qui attraverso migrazioni e spostamenti difficilmente collocabili sulla linea temporale: non abbiamo avuto modo di entrarci in contatto profondo, purtroppo.
White people e Black people non sembrano reciprocamente interessati a comprendersi più di tanto, e seppur l’interazione esista e sia innegabile, essa si mantiene sul filo del rasoio del reciproco distacco: il che, lo diciamo da italiani frutto di non si sa bene quante culture diverse, è un peccato. Non sappiamo e non possiamo capire nulla delle ragioni che governano la storia di questa parte di mondo, apparteniamo ad un popolo troppo vecchio, stanco e problematico per metterci a sindacare: non abbiamo avuto problemi nè con i white people nè con i black people, entrambi più che disponibili.
I secondi li abbiamo conosciuti in modo molto superficiale: gli insediamenti “tipici” che si trovano lungo le strade sono palesemente fatti apposta per i turisti come fossero scenografie, e questa cosa non ci è mai interessata oltre a rattristarci un po’. Speriamo ci saranno altre occasioni che consentano esperienze più autentiche. Per il resto la popolazione nera è ovviamente la maggioranza, più o meno integrata nel tessuto sociale ed economico del paese, almeno così appare al netto del fatto che le imprese o attività sono governate e controllate dai “bianchi”.
L’augurio è di imparare – tutti – ad “abitare poeticamente il mondo” cit C. Bobin
Vi lasciamo il video complessivo, che più che un video è un docufilm 😀 😀 😀
Disclaimer
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